Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

17. Il segreto di una vita

Suor Veronica era una semplice donna del popolo, senza cultura; nata senza fortuna e cresciuta nella povertà. Era di quelli che nella vita non riescono a farsi strada, perché la sola cosa di cui abbondano sembra essere quella che agli occhi di molti appare ingenuità, mentre è la semplicità di chi ha solo Dio per custode. Suor Veronica aveva un’indole volitiva, era capace di osservazioni acute, sapeva coniugare umiltà e schiettezza.

Ripercorrendo la sua storia, benché gran parte di essa sia stata vissuta tra le mura della Clausura, si ritrova la sensibilità le ansie i desideri semplici e della gente di bassa condizione. Per questo è facile sentirla vicina. Non è un “personaggio”, non intimidisce, ma invita anzi alla confidenza.

La sua vita spirituale si è costruita sulle pratiche di pietà comuni alla gente, e si è innestata su un’esperienza di vita a suo tempo largamente diffusa. La sua fede era scandita su un continuo “sì” al Signore, pronunciato con generosità semplice, frutto di un’abnegazione tanto più eroica quanto più all’esterno sembrava naturale.

Se infine si volessero individuare i cardini su cui essa ha vissuto la sua avventura spirituale, ci sembrerebbe di poterli indicare nell’ubbidienza e nel silenzio. L’ubbidienza che lei viveva non aveva sbavature: si sentiva come una bambina e l’ultima delle novizie; la regola che imponeva di chiedere ogni cosa in carità ella la prendeva sul serio e veramente non osava nulla senza averne chiesto “il merito dell’obbedienza”, come si diceva.

Quella che alla nostra osservazione può sembrare infantilismo, in realtà era la lima sorda con la quale l’umile Monaca aggrediva ogni più piccola forma di amor proprio. Il silenzio per Suor Veronica non era semplicemente un atteggiamento esteriore in ossequio alle regole, ma l’espressione esterna dell’unione con Dio nella quale viveva ogni istante della giornata.

La preghiera, che pure aveva i suoi momenti canonici nel Coro e nella contemplazione, per Suor Veronica era divenuta un atteggiamento profondo nel quale si consumava la comunione con il suo Sposo celeste; lo dice lei stessa: era incapace di dotti ragionamenti, perciò parlava al Signore con semplicità e se anche allora trovava porte chiuse, si esaminava sui comandamenti per studiarsi di osservarli meglio. Qualunque cosa facesse, vi metteva l’intenzione di farlo per amore di Dio. Non usava mezzi straordinari, ché la salute stessa non glielo permetteva, ma tutto quanto le capitava lo prendeva dal Signore; non faceva progetti, né spendeva troppo tempo a guardare a se stessa: viveva piuttosto alla giornata, non perché fosse una povera irresponsabile, ma perché in questo modo praticava l’abbandono alla Provvidenza.

Non giudicava nessuno e quando vedeva qualche difetto cercava di scusarlo; in ogni caso stimava e sentiva ognuna superiore a sé. Tutto questo, col tempo, era divenuto ben più che un costume, giacché anche a lei tante volte costava apparire di poco giudizio: era l’esercizio di una carità fuori dell’ordinario e la semplicità con la quale la viveva era per tutti la dimostrazione dell’alto grado al quale era giunta; ognuno sa infatti che quando la virtù appare connaturata, questo è il segno della piena vittoria della grazia. Le antiche novizie raccontano di averla incrociata lungo i corridoi col suo passo corto, svelto, silenzioso, col volto assorto e come illuminato, sempre col sorriso sulle labbra e pronta a un lieve inchino per onorare la Trinità che, diceva, risiede in ognuno.

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