Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

1. Introduzione

La storia di Suor Veronica va dal 1896 al 1964. La sua vita si svolse in un periodo ricco di eventi gravi, che hanno fortemente inciso sulla grande storia così come sulla storia più modesta di una città di provincia come Ferrara e, più in particolare, sulla storia della Comunità Cappuccina che aveva a Ferrara il suo Monastero.

Le Cappuccine erano giunte nella Città estense ai primi del 1600. La Comunità era profuga da Venezia e aveva abitato dapprima in locali adattati presso il volto del Turco (presso la chiesa di S. Paolo) e poi, per la benevolenza di alcuni ferraresi, dal 21 marzo 1621 nel Monastero preparato proprio per loro in Corso della Giovecca 181; quivi rimasero fino al 1987, quando, con profondo dolore dei ferraresi, che nutrivano per le «loro» Cappuccine sincero affetto e venerazione, la Comunità decise di trasferirsi a S. Giovanni Rotondo, presso il Convento di P. Pio da Pietrelcina, in un Monastero nuovo e in un luogo dall’aria migliore e, soprattutto, più promettente quanto a vocazioni.

Nei secoli in cui la Comunità rimase nel Monastero di S. Chiara conobbe periodi di vera prosperità spirituale, solo raramente trapelata al di fuori delle solide mura, preferendo, le Monache, mantenere custodito nel silenzio e nel nascondimento quanto di bello e, talvolta, di straordinario il Signore andava facendo in alcune.

Per effetto delle leggi del nuovo Stato, nato dall’unità d’Italia, il Monastero fu soppresso e messo all’incanto. Ancora una volta i ferraresi trovarono i mezzi economici per ricomprare il Monastero consentendo alle Monache di vivervi in pace. Mons. Bovelli infine, in ottemperanza alle disposizioni canoniche, lo passò nella proprietà della Comunità che, andandosene, lo alienò. Dei luoghi cari alla memoria di Suor Veronica e di tante altre anime benedette che l’abitarono, restano alcune vecchie fotografie, che danno l’idea dell’austerità di vita condotta dalle Cappuccine povere di S. Chiara.

Nel periodo in cui nacque Suor Veronica, Ferrara viveva una stagione piuttosto vivace sia sul piano ecclesiale che su quello politico. I salesiani nel 1896 iniziavano la loro attività aprendo il Collegio S. Carlo, nel quale, oltre alle scuole, trovava spazio l’Oratorio festivo, divenendo un punto di riferimento per la gioventù. Sul piano sociale invece l’elemento forse più rilevante è rappresentato dalla fondazione del settimanale socialista “La nuova scintilla”; voleva essere la risposta alla “Domenica dell’operaio”, nato l’anno precedente e divenuto l’espressione dell’opinione pubblica cattolica. In quegli anni di intensa e diffusa povertà la Chiesa cercava di organizzarsi in favore delle classi più disagiate; un segno di quanto essa fosse estesa erano i numerosi Conservatori destinati ad accogliere orfani di entrambi o di uno dei genitori, come pure bambini e fanciulli di famiglie povere, se non addirittura in miseria.

Tanto disagio economico, con i risvolti politici che li accompagnavano, si spiega con le caratteristiche del territorio, dalla vocazione eminentemente agricola, sul quale gravava in certa misura il latifondo, con un’ingente mano d’opera bracciantile, abitualmente soggetta a condizioni di lavoro gravose e nient’affatto garantite. Specie nel Basso ferrarese, erano diffuse la malaria e la pellagra era pressoché dappertutto, la mortalità infantile a livelli altissimi: quasi non vi era donna che non piangesse un figlio morto in tenerissima età. L’analfabetismo toccava punte molto elevate e anche gli scolarizzati riducevano la loro preparazione ai primi rudimenti del leggere, scrivere e fare di conto. La povertà delle campagne veniva a pesare poi sulla città, che assisteva a un lento, ma progressivo inurbamento. La città inoltre era il naturale teatro degli scontri politici, nei quali la corrente liberale e anticlericale era contrastata da quella socialista, ugualmente ostile alla Chiesa; tra i due poli si inserivano i pochi cattolici con forze abbastanza modeste, benché capaci di interventi significativi. In questo campo il personaggio più rappresentativo era senz’altro il Conte Grosoli, che fu nel 1897 tra i fondatori della Banca del Piccolo Credito, un Istituto che ebbe breve durata, che si proponeva di sostenere le imprese nate tra le correnti cattoliche o ad esse vicine. In quegli anni lo scontro sociale diviene più forte, con le punte più aspre nelle campagne.

Quanto all’industrializzazione, si passa rapidamente da piccole industrie poste soprattutto in città, alla diffusione sul territorio di grossi complessi zuccherieri per la trasformazione delle barbabietole, che andavano a collocarsi accanto alle industrie per la produzione della canapa; questo fatto veniva incontro alla grande necessità di lavoro che agitava i braccianti, i quali si sentivano sempre più minacciati dall’avvento delle prime macchine agricole; infatti la mano d’opera veniva in parte occupata negli zuccherifici durante la stagione saccarifera, in parte nel lavoro agricolo che doveva alimentare quell’industria.

In città, come pure nei paesi più cospicui, trovava spazio anche l’artigianato, ma la sua fortuna era essenzialmente legata al territorio della Provincia e alla prosperità dell’economia generale.

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