Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

5. Alla Provvidenza

Quello della Provvidenza era uno dei numerosi Conservatori presenti in città e nel 1905 contava circa un centinaio di collegiali dagli 8 al 18 anni circa. La direzione era affidata alle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret. La piccola M. Cesira Pazzafini vi fece il suo ingresso l’8 ottobre 1905. Quel giorno lasciò la sua casa per sempre. Infatti, secondo i regolamenti allora in vigore, non sarebbe più tornata in famiglia fino alla dimissione, compiuti i 18 anni. E nel 1915, lasciando il Conservatorio, M. Cesira non passò neppure per v. Porta Po 90, a pochissima distanza dal Collegio, dove la mamma si era trasferita da anni, ma se ne andò dritto al Monastero delle Cappuccine.

Era una bambina buona, ma non aveva quelle qualità che potevano attirarle le attenzioni delle Suore, sicché erano frequenti piuttosto i rimproveri che non le lodi. E poi non brillava per un’intelligenza vivace, benché fosse capace di acuta osservazione.

Nel 1908, quando aveva dodici anni, fu ammessa alla prima Comunione. Fu un momento assai desiderato, anche per l’importanza che giustamente veniva data a questo primo incontro con il Signore nel sacramento dell’eucaristia, ma il catechismo con il quale lei e le sue compagne furono preparate lo trasformarono in un’esperienza greve di timori e di scrupoli, che dovevano durarle per anni.

I dieci anni trascorsi al Conservatorio insomma furono difficili. M. Cesira non era aiutata dal suo carattere, che era di una timidezza esagerata: la sua riservatezza appariva scontrosità; aveva modi infantili: per un nonnulla s’inceppava o le si muovevano le lacrime… In generale era ben lontana da quella spigliatezza che, secondo lei, le Suore apprezzavano. E quando maldestramente si provò ad imitare i modi di certe sue compagne piuttosto spigliate con la speranza di tornare anche lei gradita alle Maestre, si trovò accusata di infingardaggine e di malizia. Per lungo tempo infatti le Suore interpretarono come falsità la timidezza che la faceva arrossire ad ogni istante, quasi fosse lei la colpevole delle marachelle che venivano scoperte; per di più la stessa timidezza le impediva di giustificarsi. A causa di questo vide esaudito il suo grande desiderio di essere ammessa tra le Figlie di Maria solo a quattordici anni, dopo una lunga attesa e rinvii umilianti.

Leggendo i ricordi di Suor Veronica relativi al periodo trascorso in educandato, veniamo a sapere di incomprensioni che le provocarono gravi disagi: ritenuta responsabile delle cose più futili, veniva duramente castigata, soprattutto con l’isolamento: si proibiva alle compagne di rivolgerle la parola.

Questo periodo lungo e difficile rappresentò la preparazione alla vita claustrale. In Conservatorio infatti ebbe inizio e cominciò a prendere forma il suo cammino spirituale, segnato dalla preghiera assidua, da un’attitudine sempre più matura e convinta alla mortificazione e all’obbedienza, e dalla partecipazione generosa alla sofferenza del Crocifisso. Ad aiutarla in questo, concorse la vita dai ritmi regolari, che per molti aspetti richiamava la vita religiosa; poi l’assiduità delle pratiche di pietà, soprattutto quelle allora più in uso, cioè la devozione eucaristia e quella dei S. Cuori di Gesù e Maria. Possiamo altresì notare una certa propensione alla spiritualità francescana, data la frequentazione del Conservatorio da parte dei PP. Cappuccini del vicino Convento di S. Maurelio; inoltre il Confessore delle Suore per un certo periodo fu un P. Conventuale, il quale era accessibile anche dalle collegiali che ne lo richiedessero; fu proprio lui anzi ad autorizzare la preghiera notturna della giovane M. Cesira. Non è superflua, ci sembra, questa nota, dal momento che la spiritualità francescana tanto insiste sull’umanità del Signore, venerata soprattutto del mistero dell’Incarnazione e nella Passione, Misteri che furono sempre tanto cari a Suor Veronica e segnarono profondamente il suo itinerario spirituale. Ma il suo vero maestro nelle vie dello spirito fu Mons. Luigi Fiacchi, uomo austero e sobrio, non incline a singolarità di sorta; egli fu Confessore alla Provvidenza per tutto il tempo in cui vi fu ospite M. Cesira e anche oltre; a lui Suor Veronica ricorrerà anche da Monaca in momenti per lei difficili, chiamandolo affettuosamente “babbo mio”.

Sentendosi intimamente chiamata a preghiera e penitenza, e avendone ottenuto il permesso dal Confessore, come abbiamo ricordato, si levava durante la notte per fare orazione. Quanto alle penitenze, non occorre pensare a cose straordinarie; è vero che non mancarono alla nostra giovane quegli ardori che la inclinavano ad imitare certi eccessi dei santi di cui sentiva i racconti nella lettura spirituale, tuttavia ben preso comprese che, senza cercare chissà quali originalità, la vita quotidiana le offriva mille occasioni di mortificazione. Si trattava di accogliere il caldo e il freddo con pacatezza e senza lamenti — e ci stiamo riferendo a una città dove tanto l’uno come l’altro, nel culmine dell’inverno e dell’estate si fanno sentire assai —, si trattava ancora di accettare in pace i fastidi del raffreddore del fieno, che da aprile inoltrato all’autunno le procurava dolorosi mal di capo e notti insonni; e poi i disagi della vita comune, con quella necessaria uniformità che, già di suo, tanto mortifica le naturali esigenze — specie in una ragazza — di originalità; possiamo poi aggiungere i rapporti con le Suore, abitualmente scostanti nei suoi confronti e anzi inclini a ritenerla maliziosa e falsa. Fin dalla Provvidenza, il cammino spirituale di Suor Veronica fu quello propostole dalla vita, e che ella accolse con amorevolezza, come la scuola di santità preparata per lei dal Signore; dunque una via umile, possibile a tutti, che diveniva più esigente col maturare in lei della disponibilità e dell’amore al Signore.

Ma non possiamo tralasciare di citare di questi dieci anni di cammino spirituale gli aspetti più vistosi, benché non necessariamente, i più rilevanti in sé. Ci riferiamo a talune esperienze riportate da Suor Veronica con quella semplicità che le fu sempre caratteristica.

La giovane M. Cesira sentiva abitualmente accanto la presenza del Signore, che la stimolava a una generosità sempre maggiore e a cercare di somigliare in tutto a lui; questi sentimenti si erano man mano innestati su un vissuto affettivo per il quale il rapporto con il Signore e la Madonna, segnati sempre da un profondissimo rispetto, assumevano però il tono della confidenza e della più spontanea colloquialità. Si può qui ricordare, per restare alla stagione del Collegio, l’episodio di cui si legge nei Fioretti e di cui dà ella stessa il racconto nelle note autobiografiche, quello cioè del dolce rimprovero rivoltole della Vergine, quando si era stizzita per essere stata cambiata di posto in chiesa; si può ricordare ancora il colloquiare con Gesù, come tra amici, quando M. Cesira, per ordine del Confessore, veniva mandata dalla Superiora a lavorare nell’orto nel tempo destinato alla meditazione, affinché non indulgesse in compiacimenti sentimentali. Racconta lei stessa: «Un giorno, raccogliendo i pomodori, facevo come il solito le mie sante intenzioni, e dissi: “O Gesù, tanti pomodori io raccoglierò, intendo siano tanti atti di amore per te”. Allora udii tra le file dei pomodori dire queste parole da una voce che mi inebriò: “Ed io, quanti pomodori tu raccoglierai, tante grazie io ti farò”. Quando mi era concesso di udire di queste voci divine non sentivo più la fatica, lavoravo senza accorgermene. Tante volte, quando mi trovavo nell’orto, sentivo la presenza di una persona che sembrava Gesù; non lo vedevo con visione reale, ma lo sentivo proprio sensibilmente, tra le file dei pomodori, e mi recava un gran contento e giubilo celeste»1.

Si tratta certamente di momenti molto alti del suo itinerario spirituale, ma quello che ci sembra essere più rilevante è lo spirito di preghiera che la portava a desiderare quietamente la compagnia del Signore e la solitudine. Fu proprio mentre essa era in preghiera che sentì chiara la chiamata del Signore ad offrirsi «vittima»; una chiamata che la lasciò scossa, dal momento che temeva che l’accettazione di ciò che le era risuonato con tanta chiarezza al cuore significasse per lei la rinuncia al chiostro tanto desiderato. A toglierla dal dubbio nel quale si trovava sarà un Padre cappuccino capitato alla Provvidenza per qualche tempo, il P. Giuseppe da Casola; udito in confessione il racconto della ragazza, l’esortò ad aderire all’istante alle sollecitazioni del cuore. Era l’esperienza mistica fino allora più forte e resterà quella che segnerà per sempre la sua specifica vocazione.

Dopo di allora cominciarono le aridità. M. Cesira si mantenne fedele al suo appuntamento quotidiano con l’eucaristia e continuò a fare ogni cosa meglio che poteva, nei normali ritmi di vita del Conservatorio.

Col passare degli anni, le Suore si resero conto che quella che sembrava “finta” in realtà era un’anima di grande virtù e ne presero a cuore la vocazione Cappuccina, che intanto Cesira, ormai adolescente, aveva loro confidato.

Essendosi dunque orientata decisamente per il Convento, M. Cesira aveva chiesto e ottenuto di abbandonare gli studi per dedicarsi piuttosto ai lavori di casa. Suor Serafina Gavazzo, l’«impareggiabile» Superiora che dietro ai suoi modi spicci nascondeva un amore materno, la impegnò da allora nei servizi della comunità, specie i più umili, non risparmiandole talvolta cocenti umiliazioni; tutto era per abituare M. Cesira alla vita che l’attendeva in Monastero. Vale la pena a questo proposito, ricordare un episodio occorso nei mesi che precedettero l’ingresso a S. Chiara. «Cesira ha compiuto gli anni 18, per cui, in base alla regolamento dell’Istituto deve essere dimessa, ciò infatti avvenne il 18 novembre 1914. La Superiora, che tanto prediligeva la sua Cesira, la trattenne come inserviente.

Una sua compagna di Collegio scrive: “Dimessa dall’Istituto, rimase fra noi nel reparto delle persone di servizio. Dovendo entrare nel Monastero delle Suore Cappuccine, per abituarsi, calzava i sandali senza le calze.

Una sera, mentre entrava nel refettorio le sfuggì un sandalo dal piede, rovesciando su se stessa e sul pavimento buona parte della minestra, che era bollente. Noi abbiamo fatto un’esclamazione di compassione per la povera Cesira, che tutta dolorante e mortificata, cercava di rialzarsi. In quell’istante entrava la Superiora, la quale, a tale vista, la rimproverò acerbamente, umiliandola con parole dure ed aspre, poi la scacciò dal refettorio, mentre Cesira andava ripetendo: ha ragione, sono una sbadata, mi perdoni.

Poco dopo ritornò con stracci e la scopa e ripulì per bene il pavimento, poi si rimise il sandalo, e si inginocchiò sul pavimento dicendo: perdonatemi, stasera non avrete la minestra per causa mia, ed ho tanto, tanto dispiacere... Noi ci siamo avvicinate e l’abbiamo baciata ed abbracciata, ed allora ci siamo accorte delle gravi scottature riportate ai piedi e alle gambe.

A noi rimase impressa la sua grande umiltà e la venerazione ed il rispetto verso la Superiora.

In seguito siamo venuti a conoscenza che la Superiora portava uno speciale affetto materno a Cesira, e la trattava con severità unicamente per abituarla alle virtù dell’umiltà e dell’ubbidienza, virtù richieste nella vita monastica»2.

Un altro fatto ancora vale la pena ricordare: per l’ingresso in Monastero era richiesta alle “zitelle”, come venivano chiamate allora le postulanti, una dote. La povertà estrema della mamma non consentiva di venire incontro in alcun modo a questa richiesta, né le Suore della Provvidenza potevano rimediarvi; di qui la decisione della Superiora di inviare M. Cesira presso persone facoltose che, secondo lei, sarebbero state larghe di aiuti. M. Cesira, obbediente, andò, ma non sempre il frutto era quello atteso da Suor Serafina. Con la sua abituale delicatezza, Suor Veronica ricorda le cocenti umiliazioni incontrate in luogo dell’aiuto sperato e come si studiasse di non darlo a vedere alla buona Superiora, consegnandole gli spiccioli racimolati con tanta pena.

Ripercorrendo quegli anni, sia pure con uno sguardo distaccato e che necessariamente molto deve affidarsi all’immaginazione, l’impressione che se ne ricava è piuttosto sconcertante: appaiono in primo piano difficoltà, durezze, umiliazioni. Eppure non dovettero mancare momenti di gioia e di intensa amicizia se Suor Veronica, in età matura, ricordando gli anni trascorsi alla Provvidenza, ne parlava come di un singolare tempo di grazia; inoltre mantenne sempre un legame di affetto sincero con le sue antiche maestre, le quali, dal canto loro, in momenti difficili continuarono ad assistere generosamente lei e la Comunità, non senza sacrificio.


1  (Quaderni autobiografici, 1, p. [64]).

2  V. FELISATI, Un’anima angelica francescana. Suor Maria Veronica del SS Sacramento Cappuccina, Ferrara, 1969, p 19. L’Autore aveva conosciuto personalmente Suor Veronica, fin da quando era giovane Monaca e aveva potuto raccogliere molte testimonianze su di lei da alcune ex compagne di Collegio.

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