Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

12. Guerra di fuori e guerra di dentro: verso una riforma

Quello che abbiamo fin qui riassunto lo conosciamo dalle pagine dei Quaderni autobiografici che Suor Veronica scrisse su ordine del direttore spirituale e poi continuati fino al novembre del 1936. Qualcos’altro della sua vita interiore così come dell’andamento della sua salute, veniamo a saperlo dalla corrispondenza che ella intrattenne soprattutto con la Superiora della Provvidenza. Qua e là si riscontrano gli echi di quanto accadeva oltre le mura del Monastero. Apprendiamo così che non solo lei, ma tutta la Comunità partecipava ai momenti solenni di fede, ma anche sentiva l’ansia di tante famiglie che vedevano le forze migliori partire per le guerre di conquista coloniale o per cercarvi lavoro o per la guerra civile di Spagna. Nel 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania, era scoppiata la Seconda Guerra mondiale.

Morto Pio XI, gli succedette il suo Segretario di Stato che prese il nome di Pio XII. L’Italia era lanciata nell’avventura insensata della guerra di conquista: da Ferrara partirono per l’Albania 41 ufficiali e 700 camicie nere. Dovunque la violenza fascista andava montando con un’arroganza impensata. Il 10 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra a fianco della Germania; ben presto le leggi razziali già attive in Germania verranno promulgate anche in Italia; il 21 settembre 1941 una squadraccia devasta la Sinagoga della Comunità ebraica più antica in Italia, dopo quella di Roma. La tragedia del conflitto ancora una volta entrava nel Monastero delle Cappuccine attraverso la richiesta accorata di preghiere per i soldati al fronte: madri, mogli e sorelle si susseguivano alla grata del Monastero per confidare ansie e domandare intercessione.

C’è povertà dappertutto e diminuisce anche la carità di cui si alimentava il Monastero, al punto che dalla S. Sede viene concessa la dispensa dal cibo grasso.

Ma la guerra di fuori sembra avere un riscontro anche “dentro”.

Dal 1912 che il Monastero era governato dalla M. Costante Salvi, morta nel 1937, dalla M. Teresa Pazzi e poi, dal 1933, M. Cecilia Lombardi. Tre donne veramente capaci, ma che per il mutare delle circostanze e anche dell’assetto della Comunità si trovavano a non potere più gestire i disagi e i malumori che da tempo covavano sotto la cenere.

Dal punto di vista esterno i motivi più evidenti sembrerebbero essere anzitutto la riduzione del numero delle Monache: si susseguivano le morti mentre di ingressi se ne contavano sempre meno, gli ultimi — due appena — erano stati nel 1930; diverse erano le anziane, talune inferme e incapaci anche di scendere in coro; altre, nonostante la buona volontà, non avevano spirito buono o, più semplicemente, non erano adatte alla vita comune. Ma forse la ragione più profonda era che da tempo era venuta meno alla Comunità una guida spirituale forte e preparata. Da tempo si avvertiva infatti l’assenza di una vera direzione spirituale della Comunità: i Confessori cambiavano con eccessiva frequenza e spesso non volevano prendersi quella cura tanto necessaria e desiderata per il progresso delle Monache. Esse ne avevano particolarmente bisogno, dato i delicati equilibri della vita religiosa nella clausura e considerato che la loro vita era scandita essenzialmente dal Coro e dalle devozioni; l’assenza di una predicazione solida e di una direzione spirituale delicata ma anche forte si faceva sentire in maniera determinante; inoltre, ai disagi legati a un’osservanza rigorosa della regola si assommavano quelli derivanti dalla povertà resa generale dalle condizioni politiche e sociali.

In Monastero aumentavano i contrasti, talora aspri; sembrava solo un ricordo la pace di un tempo; l’osservanza era disattesa e l’obbedienza per diverse Monache era venuta meno. La situazione si trascinava e diveniva sempre più difficile. Si era arrivati al punto che, per evitare che i malumori trapelassero, la M. Badessa aveva proibito la corrispondenza e limitato quanto più possibile il parlatorio e la ruota. Ma qualche eco varcava ugualmente la clausura. Suor Veronica e con lei alcune altre, aveva cercato di fare giungere al Vescovo notizia della situazione, sollecitandolo ad intervenire con forza per evitare il peggio.

Il silenzio e la precisione degli orari e dell’orazione si erano man mano sfilacciati e restava ben poco dello spirito di un tempo: vi erano Monache che in Coro avevano sostituito la meditazione col rosario e gli atti comuni, cioè i tempi di orazione in Coro molto spesso venivano compiuti mentre si svolgevano in comune dei lavori. Sta di fatto che era venuta meno l’osservanza regolare rigorosa e, in vista del rinnovo delle cariche, non si riusciva a individuare un nome autorevole sul quale potesse convergere la stima e l’obbedienza di tutte; neppure la venerata M. Teresa Pazzi, che di molte era stata la Maestra di Noviziato, poteva vincerla su certi animi accesi. Sembrava che la vita della Comunità riproducesse i disagi, le divisioni e le lotte che in quel tempo viveva la città della quale si sentiva il “parafulmine”.

Gli spiriti buoni soffrivano di questa situazione e si studiavano di acquietare gli animi, ma senza successo. In questi anni sono numerose le lettere di Suor Veronica all’Arcivescovo Mons. Bovelli, in un crescendo accorato di dolore per una condizione che va sempre più aggravandosi; in esse vengono descritte con schiettezza le situazioni incresciose nelle quali la Comunità versava. Ma l’Arcivescovo, che pure era minutamente informato di ogni cosa anche da altre fonti, sembrava prendere tempo, ma in realtà si stava movendo discretamente per trovare una soluzione; si era infatti convinto della necessità di un intervento di riforma; alla fine venne in visita al Monastero e incontrò ciascuna Monaca, cercando di capire come mettere mano all’impresa. Nei primi mesi del 1942 la S. Sede nominò Mons. Bovelli Visitatore del Monastero; egli, sospese le nuove elezioni, chiamò da Fabriano la M. Costanza Panas come riformatrice. Ella purtroppo restò solo pochi mesi poi fece ritornò a Fabriano, dove doveva provvedere alla sua comunità. Aveva progettato di fare ritorno a Ferrara, di lì a poco, ma le condizioni di salute e il passaggio del fronte non glielo consentiranno; restarono in suo luogo alcune altre Consorelle, sempre del Monastero di Fabriano, per tutto il triennio previsto, tornando al loro Monastero solo nell’ottobre del 1945, quando la guerra era terminata da alcuni mesi.

Quelli furono tre anni difficili, ma l’opera della riforma aveva ottenuto molto, a cominciare dalla ripresa della vita regolare e dello spirito religioso. La riforma coincise con gli anni cruciali della guerra, che ormai si combatteva sul suolo italiano. Alla caduta del Fascismo, l’8 settembre del 1943, si accese la lotta fratricida. Ferrara, già fiera dei trionfi fascisti ora si rinserrava timorosa a cercare protezione dalle violenze promesse. Suor Veronica viveva questa complessa realtà in comunione amorosa col suo Tesoro, dal quale riceveva lumi sugli eventi che le venivano segnalati come castigo del peccato e invito improrogabile alla conversione; a novembre Ferrara visse una delle pagine più tragiche della sua storia: come rappresaglia per l’uccisione del Federale Ghibellini, squadracce fasciste procedettero ad arresti arbitrari; 11 degli arrestati vennero trucidati presso il Castello estense e in altre parti della città nella notte tra il 14 e il 15. Alla fine di dicembre Ferrara subì il primo bombardamento, con oltre 300 morti e 250 famiglie senza tetto. Il 1944 ebbe un bilancio ancora più tragico: furono ben diciassette i bombardamenti che devastarono la città.

Le Monache, spaventate, si rivolsero all’Arcivescovo perché indicasse loro dove sfollare. Ma proprio quando lo stesso Mons. Bovelli si presentò al Monastero per indicare in quali parrocchie avrebbero potuto trovare rifugio, si sentì rispondere dalla M. Abbadessa M. Matilde Roselli, che rinunciavano alla possibilità loro offerta, confidando sulla parola di Suor Veronica, secondo la quale la Madonna assicurava l’incolumità della comunità e del Monastero, fatta eccezione per i vetri, finiti tutti in frantumi, e per lievi danni alla porta esterna della Chiesa. Alla fine, solo tre Monache sfollarono; tutte le altre rimasero nel Monastero e non subirono alcun danno.

In quei lunghi mesi Suor Veronica continuamente rassicurava le Consorelle e scriveva all’Arcivescovo lettere accorate nelle quali, riportando quanto le «pareva» di avere udito, richiamava alla conversione, per sfuggire al flagello della guerra. Per Suor Veronica la guerra, con i suoi orrori, era il castigo per il peccato degli uomini e per la mediocrità dei cristiani e soprattutto dei consacrati: questo era da anni il richiamo, largamente inascoltato. In quel periodo tremendo in cui, la guerra moltiplicava paura, miseria e rovina, fu la generosità veramente munifica della Comunità di Fabriano a provvedere in tutto alle necessità delle sorelle di Ferrara.

I primi mesi del 1945 furono tremendi: si susseguivano gli agguati fascisti e le esecuzioni sommarie di partigiani; il 22 aprile venne incendiato il Palazzo della Ragione per distruggere tutti gli archivi. Il 24 aprile 1945 le truppe alleate entrarono in una città duramente colpita e con la popolazione terribilmente provata; ma l’euforia per la fine della guerra almeno per un poco dominò su tutto. Dopo l’euforia iniziale, si ritornò alla dura realtà: ovunque si potevano vedere le ferite inflitte dai bombardamenti; gli animi restavano esacerbati e divisi; gli amici di un tempo, trovatisi su fronti opposti, faticavano a ritrovare la serenità. La città tuttavia cominciava lentamente a riprendersi dai lutti e dalle devastazioni.

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