Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

16. Maestra del Noviziato comune

Nel 1957 fu aperto il Noviziato comune; la prima M. Maestra fu Suor Francesca Berardi, che veniva da Venezia, e Suor Veronica fu nominata sua assistente.

La vita del Monastero era tutta pervasa da nuovo fervore. I tempi della prova erano ormai lontani; la comunità contava più di 30 Monache. Nel 1958 partirono le prime missionarie per la fondazione del Monastero di Pucòn in Cile. Nello stesso anno, a Cesano Boscone, dove si era trasferita ormai da molti anni, muoriva la sorella di Suor Veronica, Giuseppina Pazzafini. Non sappiamo quale relazione vi fosse tra le sorelle. Possiamo pensare che ogni anno a Natale Suor Veronica le avesse sempre scritto, come era consuetudine; dai documenti che ci sono rimasti non possiamo ricavare nulla. Con questo ultimo lutto a Suor Veronica veniva meno l’ultimo legame con la famiglia del sangue.

Negli anni che vanno dal 1957 fino al 1964, le Novizie del Monasteri cappuccini del Nord Italia conobbero la nostra umile Monaca e ciascuna a suo modo ne apprezzò la virtù. Nel 1960 Suor Veronica divenne Maestra e sua Assistente fu la M. Agnese del Monastero di Parma. Mantenne questo incarico fino alla morte, sopraggiunta l’8 luglio 1964.

La fama degli eventi passati, nonostante il riserbo della Comunità di Ferrara, trapelava anche in Noviziato, destando in più di una Novizia la meraviglia, dal momento che questa piccola Monaca appariva tanto dimessa, umile e, a prima vista, neppure all’altezza del suo compito.

Nel suo Monastero vive ritirata: a causa della sua salute sempre più fragile, raramente partecipa alle ricreazioni; anche in Noviziato lascia ogni incombenza esterna alla M. Assistente; le istruzioni alle Novizie vengono date dalla M. Presidente o dalla M. Secondina, la Direttrice delle Neoprofesse. A lei rimane la cosiddetta “ascolta”, cioè l’incontro periodico con le Novizie; si tratta di incontri sobrî, che si chiudono con alcune note che la M. Maestra scrive di suo pugno su un quadernetto e che hanno lo scopo di rammentare alla giovane l’impegno sul quale puntare per il periodo seguente.

I consigli spirituali che essa dava alle Novizie e che sono conservati in quelle note, sono, in fondo, massime di antica saggezza, che lasciano deluso chi si aspetterebbe un’originalità che Suor Veronica non cercò mai, e che anzi avversò come inutile e fuorviante singolarità. Il vero insegnamento di Suor Veronica stava piuttosto nell’esempio e nell’arte di fare di ogni più piccola occasione un “sì” al Signore, sentito e amato come lo Sposo, anzi, come il suo “Tesoro”, come lo chiama nei suoi scritti, riprendendo, forse senza saperlo, la terminologia del Cantico dei Cantici.

Ciò che appariva del tutto ordinario, alla distanza si rivelava invece come straordinario: così la calma continua; il sorriso cordiale e accogliente; l’ubbidienza pronta; il silenzio umile dinanzi ai rimbrotti anche pubblici, specie in presenza delle Novizie; la preghiera semplice alla quale si abbandonava, senza alcuna ostentazione.

Era sempre gentile, ma la sua abituale mitezza e l’aspetto dimesso non devono trarre in inganno; infatti all’occorrenza sapeva esigere: in Coro dalle sue Novizie pretendeva una perfezione che ad alcune sembrava un inutile tributo a un formalismo ormai al tramonto; in refettorio voleva che le giovani affidatele mangiassero tutto quello che veniva servito, anche forzando il gusto; nei lavori di casa chiedeva disponibilità alacre e quando seguiva i lavori, non potendo applicarvisi essa stessa per la sua fragile salute, accompagnava le Novizie pregando. In taluni casi si mostrava esigente fin quasi alla pedanteria nelle pratiche della regola e delle consuetudini; esortava le Novizie a fuggire la singolarità e a cercare in tutto e sempre il Signore, rinunciando anche alle proprie ragioni.

Non tutte le novizie si sentivano immediatamente a loro agio; la Maestra infatti appare a tratti un po’ sempliciotta e con modi infantili; ma all’occasione sapeva muovere osservazioni ed essere esigente, specie quando si accorgeva che le resistenze venivano dall’amor proprio. Il motivo? La ricerca dell’abnegazione di sé, perché questa è la sola via che assicuri gioia profonda a coloro che vogliono essere vere spose del Signore.

Le giovani Monache comprendevano che le regole e consuetudini del Monastero tendevano all’abnegazione del giudizio e il risultato era più certo quanto più esse si fossero applicate all’osservanza con precisione. Tutto era teso a cercare e trovare il Signore, che è venuto e continuamente viene nella vita quotidiana di ognuna. Una sapienza resa essenziale da una lunga pratica di vita; una sapienza solida, anche se dall’esterno certi modi sembrano scostanti e fuori tempo.

Suor Veronica osservava ogni cosa e aveva cura che a nessuna mancasse mai nulla del necessario; per sostenere qualcuna che le sembrava debole, andava a chiede alla Consorella della cucina la carità di un uovo, altre volte compariva col suo passo breve e svelto portando sotto lo scapolare una bottiglia di marsala da offrire a qualcun’altra. In certi giorni delle torride estati ferraresi, alle giovani Consorelle che facevano ricreazione nel chiostro serviva un bicchiere di limonata, ma lei non ne prendeva mai.

Passava poco tempo in ricreazione, anche perché la sua debole costituzione esigeva che dopo pranzo si ritirasse un poco e si distendesse sul letto. Non era incline a parlare, ma ascoltava volentieri i discorsi di edificazione, mentre pativa per quelli che le sembravano inutili o frivoli. Sapeva essere allegra e gioiva come una bambina quando a Natale si faceva la tombola e vinceva qualcosa. Insomma era tutta in questo mondo, ma col cuore altrove.

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