Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

13. Una nuova stagione

Passò l’estate e sembrava che ormai anche la situazione del Monastero fosse stabilizzata; le tre Monache sfollate, erano tornate. Il 5 ottobre le sorelle di Fabriano fecero ritorno al loro Monastero e a S. Chiara si cominciò a preparare il Capitolo, dal quale sarebbero state elette Abbadessa M. Cecilia Lombardi e, nonostante le sue condizioni sempre precarie, Vicaria e Maestra delle novizie Suor Veronica. Iniziava così una nuova fase della sua vita.

Tutto sembra essere finalmente tornato alla normalità nel Monastero di S. Chiara. Il 15 dicembre, dopo 15 anni, entrava una novizia: è Emilia Sturla, che prenderà il nome di Suor Rosa della SS. Trinità. Dopo di lei, in breve tempo, altre sei novizie vennero a ridare vita alla Comunità, che nel frattempo aveva perso altre Monache, portate via dai malanni e dall’età. Tra le nuove entrate vi era Suor Metilde Scalfi, delle Dame Inglesi, che diverrà Suor Chiara Francesca del Cuore Immacolato di Maria, con lei, circa dieci anni dopo prenderà consistenza il movimento di riforma tanto auspicato da Suor Veronica.

Ci si sarebbe aspettato da una donna tanto favorita di doni celesti un magistero denso di sentenze sagge e un piglio degno di un comandante, invece — e fu un motivo di stupore e di sconcerto anche per le sue novizie — ella assolveva il suo incarico con la sua abituale umiltà, insegnando alle giovani novizie la precisione in ogni cosa e l’osservanza perfetta della regola e delle consuetudini; Suor Veronica insisteva sul silenzio, sul raccoglimento, sull’esecuzione esatta di ogni cosa. Certamente ella rifaceva ciò che aveva appreso negli anni della sua formazione, ma il suo metodo non era riducibile alla mera ripetizione di antiche consuetudini; nei suoi modi ella poneva la vera sostanza di pratiche altrimenti obsolete: la ripetitività dei gesti, la semplicità estrema degli uffici, la compostezza ricercata, soprattutto in Coro, in refettorio e in genere negli atti comuni erano il mezzo attraverso il quale coltivare quell’abnegazione che apre la porta alla libertà interiore e alla semplicità, che è la nota peculiare dello spirito serafico. Si trattava infatti di piegare la volontà per fare posto alla volontà di Dio. Suor Veronica sapeva bene che nella vita chiusa e per tanti versi angusta di un Monastero, se la volontà non è tutta tesa verso il Signore, se il cuore non è afferrato da un amore sponsale per Gesù crocifisso e risorto, viene da sé la ricerca di spazi per sé, la rivendicazione del proprio diritto e del proprio spazio, il nascere di gruppetti e di conventicole, vera peste per la vita comune. Suor Veronica indicava nella semplicità nell’applicazione alle consuetudini del Monastero, nel silenzio e nell’obbedienza i cardini della vita religiosa: li insegnava perché erano la via che lei stessa aveva percorso e nella quale aveva incontrato e abbracciato il suo sposo celeste, anzi, il suo Tesoro, come lei lo chiamava. E le giovani presto capivano: capivano perché gustavano. E restavano convinte che, fin che non fosse morto l’amor proprio, non sarebbe stato possibile udire la voce del Signore. Poco importava allora la vita esteriore e l’avere la ragione o il torto; contava solo il Signore, per il quale si era lasciato tutto per venire a stare nella sua casa.

Nel marzo del 1946 alle donne era riconosciuto il diritto di voto e il 2 giugno dello stesso anno gli elettori venivano convocati alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Quella fu la prima volta che Suor Veronica mise piede fuori del Monastero dall’11 marzo 1915, giorno nel quale era entrata; erano passati 31 anni. E quella fu anche la prima volta che la gente, desiderosa di vederla, faceva ala alle Monache quando uscivano dalla porta dell’orto per recarsi alla vicina scuola elementare di v. Bellaria, per votare.

Suor Veronica è tutta presa dal suo ufficio di Maestra delle Novizie; dopo anni di vera pena, finalmente la Comunità gioisce nell’accogliere nuove Novizie: nel 1947 saranno addirittura quattro. Ma quella gioia tanto desiderata da tutte, a Suor Veronica non è concessa: quell’anno infatti è segnato da un lutto particolarmente doloroso per lei; a Gaiato, sull’Appennino, dove era ricoverata da tempo per curare una tubercolosi in stato ormai avanzato, muore Suor Serafina Fabbri, la sua antica Maestra di Noviziato e poi sua infermiera durante i lunghi e penosi periodi di malattia e sua vera amica e confidente discretissima. Si conserva una lettera di Suor Veronica a Suor Serafina, che tanto desiderava tornare in Monastero e le aveva chiesto di pregare la Madonna perché le ottenesse questa grazia; con dolore schietto, con affetto delicato le risponde che no, la Madonna non farà questa grazia e che dovrà morire lontano, come di fatto avvenne di lì a poco4. Una lettera del cappellano del Sanatorio dà conto degli ultimi giorni di quella donna buona, vera compagna di Suor Veronica in una vocazione che doveva essere di tutta la comunità.

Intanto il Paese conosce un’aspra lotta tra le parti politiche formatesi dalla resistenza al regime fascista. Archiviato il Referendum istituzionale che ha fatto dell’Italia una Repubblica, è il momento di scegliere chi governerà; tutti i partiti tendono ad estremizzare le loro posizioni: quelli cattolici fanno balenare sinistri fantasmi di persecuzione per la Chiesa. Nell’aprile del 1948 la vittoria della Democrazia cristiana segnerà l’inizio di una stabilizzazione sociale che preluderà alla rinascita economica della Nazione.

A S. Chiara è ripresa la vita di una tempo; una debole luce elettrica, che illumina il coro e pochi altri luoghi, e l’acqua portata alla lavanderia e alla cucina sono la sola novità, per il resto sono rimasti gli usi antichi. È tuttavia la vigilia di grandi cambiamenti, che incideranno profondamente nella vita della Comunità e nella storia del Monastero stesso. Suor Veronica vive la sua vita semplice e umile, senza alcuna singolarità, altro che le cautele richieste da una salute rimasta delicatissima; del resto esteriormente essa aveva cercato di non dare mai nulla a vedere. Continua a ricevere, come lei le chiama, “le visite familiari” di Gesù e della Madonna, ma tutto è avvolto dalla massima discrezione; anche la corrispondenza più intima, specie quando verranno meno le sue abituali confidenti — la M. Teresa Pazzi e Suor Serafina Gavazzo —, si farà meno intensa, più rari saranno anche gli accenni alla sua vita spirituale, mentre saranno più frequenti i consigli e le esortazioni nella corrispondenza con i benefattori, ché, essendo Vicaria, toccava a lei assolvere a questo compito.


4  «05-08-1948, Pace e Bene! Lei ha sempre accolto con fede e abbandono i messaggi del Cielo, vero? Mammina cara, lei li ha sempre desiderati,… ma…sapesse quanto costano certi messaggi a chi li deve trasmettere e a chi li riceve! Mammina cara, la Madonna da tempo m’incaricò di dirle che domanda a lei, il sacrificio di morire ove si trova!…Il suo consenso, il suo fiat eroico, avrà la ricompensa di essere introdotta senza Purgatorio, in Paradiso.” [2] Non abbia timore di essere da noi separata, oh no! In Cielo saremo più che mai unite, e tanto più quanto abbiamo sofferto qui la separazione! Il corpo vale niente se non è vicino! È l’anima che volerà in seno a Dio, tanto se parte da un luogo come da un altro. Mammina, coraggio!….La sua suprema immolazione, unita alle tante altre di tutta la sua vita, daranno tanta gloria a Dio, la purificheranno per essere introdotta in Paradiso, dove poi verrem(m)o noi pure, e ci riuniremo per non separarci mai più, e godere per tutta un’eternità.[3] Noi preghiamo tutte e tanto per lei, che la Madonna l’assista in tutti i suoi grandi bisogni – e soffriamo per il suo soffrire! Immagini la sua piccina!!! Sorvoliamo, Mammina, su tutto ciò che non è eterno!… Col cuore angosciato, la bacio e la stringo con fi(g)liale affetto, Aff.ma figlia Suor M.Veronica, Cappuccina», Archivio Monastero S. Chiara, Lagrimone (PR).

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