Nota biografica su Suor Veronica del SS. Sacramento

9. Nefrite tubercolare

Il Monastero delle Cappuccine di tutte queste questioni percepiva l’eco sempre più inquietante. Certamente presso le buone madri dovevano fare una forte impressione le notizie degli scontri e delle vittime che non di rado restavano sul terreno; in particolare doveva essere particolarmente sentito il pericolo rappresentato dalle minacce rivolte alla Chiesa dagli anticlericali. Suor Veronica nel raccoglimento del chiostro viveva i suoi giorni sempre uguali, intenta a compiere con ogni perfezione i tanti piccoli uffici. Nei primi mesi dell’anno comincia ad accusare un generale indebolimento, che le rende penosa qualunque cosa e sempre più pesante l’osservanza regolare: cominciano a manifestarsi i sintomi della nefrite tubercolare. Cerca di resistere, ma il dolore che la prende tutta a cominciare dalle reni la induce a confidarsi con la M. Teresa. Viene chiamato il medico, che però non rileva nulla di particolare. Tanto la M. Abbadessa come anche alcune Consorelle pensano che la giovane Monaca stia esagerando o sia affetta da turbe mentali, non rare purtroppo in Comunità. Nel mese di settembre, sorella morte visitava la Comunità; che però in quello stesso anno però accoglieva due nuove postulanti: la vita continuava. I mesi passano e Suor Veronica non dava segni di miglioramento; nel gennaio del 1921 finalmente il medico, avendo eseguito esami più accurati, scopre la gravità della situazione: Suor Veronica è affetta da nefrite tubercolare e per lei non c’è da sperare guarigione.

Non restava che il ricovero in infermeria. Questa era situata in un fabbricato a nord-est del chiostro, al piano superiore; era un ampio stanzone con quattro letti e una cucina ad uso delle malate: durante l’inverno il freddo era temperato appena da una stufa e durante l’estate al gran caldo, reso più pesante dall’umidità, portava ristoro solo la corrente d’aria. Il 24 febbraio dunque, lasciata la cella, Suor Veronica fu sistemata con le altre sorelle anziane e inferme. Il freddo dell’inverno aggravava la sua situazione, né si poteva pensare a rimedi particolari; era scossa da febbri violentissime, i dolori alle reni e al ventre si diffondevano per tutto il corpo impedendole di trovare ristoro.

Neppure la mite la primavera sembrò portarle particolare giovamento; era costretta al letto e l’umida e torrida estate rese più penosa la degenza. Insomma durò così un intero anno, con brevissime pause, che tuttavia non davano spazio a speranze. Suor Veronica passò tutto quel tempo inferma, bisognosa di ogni servizio, di cui era grata alle sorelle infermiere, ma sentendosi anche umiliata per essere di peso alla Comunità, che ella invece voleva servire. Con un’obbedienza di bambina, contro la sua natura, accettava la propria inutilità, sottomessa a quanto il medico, la Superiora e le madri infermiere disponevano. Nelle sue condizioni, le era faticoso il prendere cibo, l’assumere le medicine, le era doloroso muoversi, parlare...

Fu durante questo primo terribile periodo di malattia, dai sintomi tanto dolorosi, che venne in Monastero quel P. Giuseppe da Casola che, avendo ascoltato le confidenze della giovane M. Cesira alla Provvidenza, l’aveva esortata ad aderire generosamente alla richiesta del Signore: ora si incontravano nel compimento di quel presagio e la commozione per entrambi fu grande.

Verso la fine del 1921 la situazione andò peggiorando, al punto da ritenere la morte ormai imminente. Il 24 gennaio 1922 fu deciso di amministrarle l’Unzione dei malati. Ma nonostante le previsioni del medico la confermassero nell’attesa ormai prossima dell’incontro col Signore, il 1 marzo, mercoledì delle ceneri, mentre era assopita per la febbre altissima, ebbe una visione della Madonna che, dopo averle fatto alcune raccomandazioni circa la riforma della sua vita monastica, le annunciò che non sarebbe morta, ma si sarebbe invece avviata a guarigione, pronosticandola per i primi di maggio.

La visione riportata alla M. Badessa fu da questa accolta con un poco di stupore e anche con una certa incredulità; Suor Veronica non moriva, la febbre le si era inaspettatamente abbassata, ma ci voleva altro per poterla dire guarita. L’11 marzo era l’anniversario del suo ingresso in Monastero; secondo l’usanza sarebbe dovuta andare in refettorio per ringraziare le Madri di averla accolta. Dopo più di un anno di immobilità in infermeria sembrava temerario anche solo il pensare a quell’atto; Suor Veronica tuttavia ne chiese il permesso alla Badessa, che glielo diede più per contentare il desiderio di una povera malata che per convinzione. Sta di fatto che l’11 marzo scese, accompagnata dalle Madri infermiere ad osservare questo antico uso.

L’andamento delle cose cominciava a destare stupore nella Comunità; il medico stesso, che aveva sempre sostenuto un esito infausto, doveva ricredersi: veramente ciò che accadeva a Suor Veronica superava la sua esperienza clinica, inoltre il racconto che ella, con la semplicità di una bambina, faceva alla Superiora di quello che le era occorso e seguitava ad accaderle, metteva quei fatti sotto una luce tutta particolare. Che pensare, dunque? Anche la Comunità era scossa, e non poco, da ciò che accadeva alla giovane Consorella. Le anziane e le altre malate con lei nell’infermeria, riferivano a mezza voce di certi colloqui notturni che d’improvviso si intrecciavano tra Suor Veronica e qualche strano personaggio, riportavano di un curioso gesticolare, come si inchinasse a qualcuno o come stringesse teneramente un bambino, tutto con la naturalezza di una persona sana e in forze, mentre subito dopo era prostrata e febbricitante nel letto, incapace di muoversi e senza voce, con dolori lancinanti e senza rimedio. Altre ancora riferivano d’averla vista, vestita con l’abito monastico, in cucina o altrove in disparte mangiare di nascosto, mentre doveva essere a letto, e le Madri infermiere le facevano ingurgitare a fatica pochi cucchiai di minestra. È facile immaginare i discorsi a mezza voce e i giudizi di chi la riteneva una privilegiata e di chi invece la giudicava come una “fantastica”, un’isterica.

Si situa in questo periodo l’episodio narrato dalla stessa M. Teresa Pazzi a M. Chiara Francesca e riportato nei Fioretti; quello della lettera chiusa con le domande alle quali Suor Veronica doveva riportare la risposta ottenuta dal Signore. Ma qui lasciamo il racconto alla M. Teresa. Il fatto la indusse a cambiare parere sia sulla sua antica novizia sia sui fatti che si succedevano e che aveva udito anche dalle inferme ricoverate in infermeria: quel parlare di Suor Veronica con un misterioso personaggio dunque, non era il vaneggiare di una povera malata; quelle confidenze alla M. Infermiera, su Gesù bambino che veniva a confortarla, non era frutto di una mente malata, ma l’espressione semplice di un’anima limpida, convinta per di più che la sua fosse l’esperienza di tutti.

Contrariamente alle previsioni, Suor Veronica non era morta, ma restava assai debole, a diverse riprese ricadeva in uno stato che lasciava sgomente le Madri infermiere; poi si riprendeva e anzi, sia pure con estrema lentezza sembrava decisamente recuperare. Tutta la quaresima e le settimane seguite alla Pasqua furono un susseguirsi di esperienze spirituali intensissime, che venivano a interrompere quel lungo periodo di aridità e di timore che era incominciato alla Provvidenza con l’accettazione della richiesta del Signore ad offrirsi vittima. Incominciava un tempo ricchissimo di grazie singolari che sarebbe continuato poi per tutta la vita. Di quel periodo particolare possediamo il diario3, nel quale Suor Veronica, per ordine dello stesso P. Giuseppe da Casola, prendeva diligente nota di quanto le accadeva.

La fase acuta del male era passata, anzi decisamente superata, tuttavia con grande frequenza Suor Veronica ripiombava in preda a intense sofferenza per lo spazio di tre giorni. Nel suo diario spiega che tutto era disposto dal Signore, che le chiedeva di associarsi in quel modo alla sua passione per riparare ai peccati di tanti.

Mentre la piccola Monaca vive dolori lancinanti che la lasciano stremata, il Paese è lacerato da disordini e violenze squadriste che preparano l’ascesa del Fascismo al potere; il 28 ottobre, c’è la cosiddetta “marcia su Roma”, poco dopo il Re chiamerà Benito Mussolini a formare il governo.

Pare di comprendere che nel segreto della sua cella, Suor Veronica porti, per la sua parte, i dolori e le sofferenze che affliggono in particolare, la sua città. Questo sarà reso più esplicito dalle pagine dei Quaderni autobiografici; vi si legge infatti l’esortazione del Signore ad offrire le sue pene secondo intenzioni particolari, che riguardano situazioni, persone, ambienti.

Fu dichiarata guarita il 26 gennaio 1923; la sua salute tuttavia era debolissima e il suo stomaco non riusciva più a sostenere il cibo grossolano della Comunità. Questo le era un peso, ma l’accettò per amore del Signore. Riprendeva la vita comune, dedicandosi a lavoretti proporzionati alle sue poche forze.

Intanto la fama dei fatti che accompagnarono l’anno di malattia e che abbiamo sommariamente ricordato aveva varcato le mura del convento, soprattutto ad opera di qualche Padre indiscreto, sicché attorno a Suor Veronica cominciò a svilupparsi, da una parte, una stima non scevra da qualche fanatismo e, dall’altra, un’opposizione minacciosa. La cosa andò avanti per gli anni che seguirono; le capitava sempre più spesso di essere portatrice di messaggi indirizzati a persone esterne alla sua Comunità e di cui lei non comprendeva bene il significato. Né lei si rendeva conto della considerazione che le cresceva attorno; protetta dalla clausura seguitava la sua vita semplice e laboriosa. Nel 1927, nella distribuzione degli uffici Suor Veronica è bambinara, assieme a Suor Serafina Fabbri, già sua Maestra e infermiera. Il compito consisteva nella confezione di oggetti di devozione che servivano per farne dono ai benefattori o da dare ai fedeli che ne avessero fatto richiesta. Un lavoro insomma adatto alle sue poche forze.

L’anno precedente aveva emesso, col permesso del Confessore, il voto di povertà spirituale e da quel momento erano cessate quelle esperienze spirituali che si erano verificate con tanta frequenza durante il periodo trascorso in infermeria. Ma a partire dal 14 febbraio e per tutta la quaresima fu presa da dolori lancinanti che il Signore le chiese di offrire ogni giorno per una precisa intenzione.

La vita di Suor Veronica procedeva dunque nell’osservanza regolare, secondo le sue capacità; niente di straordinario, all’esterno, se non il perdurare di quella generale debolezza che talvolta la costringeva a letto.

Esteriormente nulla dava a vedere ciò che si svolgeva nella sua anima; ma per l’imprudenza di qualche Religioso andava crescendo la curiosità riguardo alla sua persona. Per giunta era cominciata una ben strana consuetudine, che a Suor Veronica non garbava punto, ma alla quale era costretta a sottostare per le continue insistenze che le venivano da ogni parte; l’uso cioè di presentare al Signore o alla Madonna, quando le apparivano, oggetti da benedire e lettere chiuse, consegnatele da parte di persone diverse, specie Religiosi, con la richiesta di riferire la risposta che ne avrebbe ricevuto dall’alto.

Tanta curiosità talvolta sconfinante nel fanatismo mosse l’Arcivescovo Mons. Rossi, che non vedeva di buon occhio tutto ciò che usciva dall’ordinario, a disporre un’indagine. Nel 1928 egli chiamò il P. Giulio da Praduro e Sasso, un cappuccino già missionario in India, uomo prudente e stimato, incaricandolo di esaminare severamente lo spirito di Suor Veronica e di dargliene poi relazione; lo nominò perciò Confessore del Monastero. Per quasi un anno egli provò la povera Monaca, non risparmiandole anche durezze. Ma l’esito fu positivo: il P. Giulio portò all’Arcivescovo il suo giudizio favorevole, poco prima che egli morisse, il 25 luglio 1929. Nel mese di settembre anch’egli lasciava Ferrara, ma congedandosi rassicurò Suor Veronica sullo Spirito che la guidava. E la povera Monaca, che da principio aveva avvertito tanta la difficoltà col P. Giulio, ne concepì una sincera stima, così da farsi dirigere da lui fino al 1931, quando il Signore le fece comprendere che avrebbe dovuto mettersi sotto la direzione del P. Costantino Bonvicini, dei frati minori.


3  Si tratta dei cosiddetti Libro I e Libro II.

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